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Cosa capiscono i cani di quello che gli diciamo?

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Tratto da:
Se un leone potesse parlare, cap. VI, Stephen Budiansky
[…] Una questione strettamente connessa, da cui sono incuriositi spesso i padroni di animali, è in che misura i nostri cani capiscano i nostri sforzi per comunicare con loro. La maggior parte dei co­mandi che noi insegniamo ai cani si spiegano facilmente come semplici associazioni apprese, anche se per la verità forse non le si dovrebbe chiamare così «semplici».
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I cani contano su molti indizi contestuali per rispondere in maniera appropriata, e spesso quello che diciamo rappresenta solo una minima parte di essi. Se provi l’esperimento di dare al tuo cane il comando di una voce ben conosciuta per interfono, vedrai che di solito reagisce molto poco. Allo stesso modo, se dici «scuccia!» con lo stesso tono di voce che usi per «cuccia!», quasi sicuramente il cane non coglierà la diffe­renza. In realtà, puoi in generale dirgli qualunque cosa tu voglia e il cane verrà (posto, ovviamente, che tu gli abbia insegnato a venire quando chiamato). Puoi dire «qui!» o «vieni!» o «tippy tippytippy!» o «Afghanistan bananistan»: non fa differenza. Quello eh il cane coglie è il tuo generale tono di voce, i tuoi movimenti, gesti fisicie l’insieme generale delle circostanze. Un punto interessante qui è che i buoni addestratori impiegano naturalmente il loro tono di voce quando insegnano e danno comandi, usando l’intonazione esattamente nel modo che le regole di motivazione-struttura prevedono come la più efficace. Quando vuoi che il tuo cane venga, funziona al meglio un suono acuto, tonale. Quando vuoi che il tuo cane si accucci, è più efficace un tono grave, simile a ringhio. Le consonanti e le vocali che di fatto pronunciamo sono meno importanti. E siccome noi tendiamo a usare gli stessi precisi comandi nelle stesse precise circostanze più e più volte, le circostanze offrono una enorme fonte di indizi. Io posso dire al mio Border collie «chiedo scusa», quando si è piazzato davanti alla porta impeden domi di aprirla per farlo uscire, ed esso schizzerà via come un missile. Ma se dico «chiedo scusa» in una situazione completamen te diversa, generalmente non otterrò più che uno sguardo perduto nel vuoto.

Così pure, i cani «conoscono» il loro nome solo nel senso che hanno associato quel suono (e per di più qualsiasi altro grosso modo simile) semplicemente con l’equivalente del comando «qui!» (noi diciamo il suo nome, essi vengono da noi, noi li premiamo). O, forse più spesso, noi usiamo i loro nomi come un suono che semplicemente significa in effetti «sta attento» a quello che segue. (In questo senso, un «nome» assume quasi perfettamen te la funzione dell’ «abbaiare» – un suono che serve a segnalare interesse e a suscitare attenzione. Quando noi pronunciamo il nome del cane, qualcosa d’importante segue – un premio, un altro comando.) Gary Larson riassunse perfettamente tutto questo nella sua striscia Far Side che mostra una persona che strilla a un cane con il seguente fumetto esplicativo:

Quello che diciamo ai cani: «Okay, Ginger! Adesso basta! Sta lontano dall’immondizia! Capito, Ginger? Sta lontano dall’immon dizia, altrimenti..
Quello che essi sentono: «Bla bla ginger bla bla bla bla bla bla bla bla ginger bla bla bla bla bla».

Tratto da:
Se un leone potesse parlare, cap. VI, Stephen Budiansky

Foto | Vignetta di Gary Larson

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